Fiori di Pace

Flowers of Peace

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Riflessioni

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Fiori di Pace alla prova della guerra.

 

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Da alcuni anni (il primo dei 5 gruppi finora ospitato a Verona è stato nella nostra città nell’ottobre 2005) siamo impegnati ad offrire a ragazzi israeliano e palestinesi l’opportunità di un incontro impossibile nella loro terra, attraverso il progetto Fiori di Pace.
L’idea è semplice e, in giorni di guerra, potrebbe apparire una pia illusione: attraverso l’incontro, la conoscenza, il confronto, il racconto delle sofferenze e dei traumi subiti di ragazzi di due popoli in conflitto dal 60 anni realizzare una comunicazione empatica che riesca a favorire lo sviluppo del dialogo e la capacità di sostenere il peso enorme che grava su questi giovani.
Abbiamo imparato a conoscere questi ragazzi, apprezzando il loro coraggio di incontrare il nemico per fare, per quanto nelle loro possibilità, un passo nella direzione della comprensione e della riconciliazione.

I drammatici eventi di questi giorni hanno messo i “nostri” ragazzi di fronte ad una sfida inedita, mettendo a dura prova le relazioni che fra loro si sono sviluppate nel tempo: certamente è molto difficile sentirsi “amici” quando il nostro paese è sottoposto ad un attacco di cui anche il solo nome, “piombo fuso”, mostra con eloquenza gli obiettivi.

La sollecitazione è venuta da due ragazze israeliane, Maya e Shir, con un messaggio inviato agli amici del gruppo su Facebook che riunisce alcuni fra i ragazzi israeliani, palestinesi e italiani che hanno partecipato a Fiori di Pace: “Ciao a tutti voi… ciò che avviene a Gaza e l’entrata degli israeliani a Gaza ci rende davvero tristi e crediamo che questo sia il luogo migliore per comprendere le ragioni dell’altra parte.
È davvero importante per noi che voi possiate ricordare le discussioni che abbiamo avuto in Italia, e speriamo anche che possiate tentare di capirci, perché noi stiamo tentando di capire voi.
Crediamo che anche se è triste che siano uccisi dei civili, Israele non avesse altra scelta… e persino mentre Israele porta aiuti a Gaza loro continuano a bombardare Israele… Israele non può continuare così.
Vogliamo sapere cosa pensate di questo, e ci dispiace se qualcuno si sente offeso
”.

Questa richiesta ha scatenato risposte polemiche e aspre, quanto le notizie che ci arrivavano sulle morti e le foto ed i filmati che riprendevano la distruzione (la discussione è riportata integralmente sul sito www.fioridipace.org). E mentre i ragazzi israeliani tentavano di comunicare la sofferenza di fronte a quella che percepiscono come una via senza altre uscite, i coetanei palestinesi rispondevano con rabbia, come Mohammed: “Maya, non puoi pensare a qualcosa che Israele non abbia ancora tentato? Bene, certamente non puoi farlo, sono sicuro che non c’è altra via che uccidere la gente a Gaza. Forse potrebbero colpirli con bombe nucleari??? E finirla del tutto con loro??? Mi chiedo come diavolo tu possa giustificare queste azioni!!! Intendo dire che se è sbagliato è sbagliato. In che modo quei civili che sono morti a Gaza potevano mettere in pericolo la pace e la sicurezza di Israele??? 300 esseri umani in tre giorni!!! Noi stiamo parlando di vite, anime!!! Non solo numeri!!! È incredibile! Qualunque cosa tu dica non cambierà mai il mio pensiero!!! È del tutto sbagliato!”.

Anche la posizione di Manal, ragazza Araba Israeliana, è molto sofferta. Quando viene accusata di non identificarsi con il paese dove vive, esprime tutta la sua fatica e contraddizione dell’essere cittadina di uno stato che sente come aggressore del suo popolo: “quando vedi oltre 300 persone morire in 4 giorni, e le fotografie dell’accaduto sono davvero dure da guardare, non credo vorresti identificarti con Israele, sebbene io viva qui. So che la gente di Sderot è spaventata dai razzi ma Hamas sta facendo questo a causa dell’insostenibile situazione a Gaza: non c’è abbastanza cibo, né medicine, né elettricità. Vorresti tu vivere in questa condizione?

Certamente da parte di molti prevale la ripetizione acritica delle posizioni politiche di parte. Per qualcuno fra gli israeliani le idee sono molto chiare e nette:
Dite cose senza senso!!! Parlate di Gaza? Degli attacchi dell’esercito? E cosa dite degli attacchi di Hamas? Ashkelon? Ashdod? Della gente che passa tutto il giorno nei rifugi, da anni? Voi dite sempre che Israele è colpevole e Israele doveva e Israele tutto! E questa è la prima volta che Israele attacca!!!”. E ancora: “Hamas usa la popolazione civile di Gaza come scudi umani,sono dei codardi! Ogni israeliano deve ricordarlo: questa è una guerra di sopravvivenza per garantire l’esistenza di Israele” . E da parte palestinese le idee sono parimenti chiare: “stiamo parlando di Israele, ora. È uno dei paesi più ponenti al mondo, ed è sostenuto da molti paesi, ad iniziare dagli USA, quindi come mai questo paese, con tutta la sua potenza, non riesce a fermare questi “attacchi missilistici”!!! Ma se Israele avesse fatto quanto poteva per fermare questi attacchi avrebbe eliminato il suo solo pretesto per attaccare Gaza…” e ancora “perché si dice sempre “difendere Israele”, non abbiamo anche noi una patria da difendere? Dobbiamo sempre sederci sotto gli spari non reagire?

Voi dite che Israele ha tentato di tutto… è vero, hanno tentato distruggendo, uccidendo, rubando terre e case, imponendo coprifuochi, ma hanno mai tentato di sapere cosa vogliono i Palestinesi? No, non l’hanno fatto e non lo faranno e continueranno con questi attacchi finché non raggiungeranno i loro obiettivi…

Però quello che è stupefacente è la volontà di comunicare comunque: anche se in tutti c’è la consapevolezza che non può essere una discussione su Facebook a risolvere un intricato problema politico, c’è grande in tutti la volontà di far comprendere all’altro il proprio punto di vista, e di tentare di comprendere a loro volta. Senza rinnegare le proprie idee, ma senza neppure rinunciare al confronto.
E così Itai, diciassettenne israeliano, dopo aver ribadito la sua convinzione che il governo israeliano non avesse altra scelta per garantire la sicurezza della sua popolazione, ha riflettuto sulla possibilità di scelta che è invece possibile per le persone da ambo le parti: “La “regola” per questa scelta è che almeno una persona dall’altra parte ti stia ascoltando. Questa scelta è ascoltare e rispettare questa “persona dall’altra parte” per un grande obiettivo: comprendersi. Cercare di capire perché è così arrabbiato o perché è così triste, prudente o felice. Comprendere è qualcosa di grande e piccolo, e non è così facile, perché nessuno che viva “dall’altra parte” può davvero comprendere cosa significhi attendere ore e ore ai checkpoint o convivere con la paura dei soldati, oppure quali siano i sentimenti di una madre che lascia i suoi figli andare alle armi, o un uomo che piange mentre suona l’allarme missilistico…
Questa comprensione non è qualcosa di pieno e completo: è già abbastanza comprendere la logica del perché si sente in questo o quel modo. In realtà questi sono gli identici codici dei sentimenti umani.
Ed io credo che questa comprensione sia necessaria per riprendere a camminare, passo dopo passo, lentamente ma con cura, verso giorni migliori per tutti e noi non saremo capaci di muoverci in avanti senza di essa. È qualcosa che noi insieme possiamo sentire con lentezza, un po’ per volta.”


E questa sollecitazione è stata raccolta da tutti i ragazzi. Zein presenta il suo diverso, e per molti versi opposto, punto di vista: “Abu Mazen ha siglato la pace con Israele nella West Bank, e non ci sono razzi lanciati dalla West Bank verso Israele. Ma ancora adesso l’esercito israeliano entra ogni notte, attaccano le case nel mezzo della notte, terrorizzano i bambini, arrestano gli adolescenti… e se vuoi fare un viaggio da Jenin a Ramallah (N.B. senza uscire dai Territori Palestinesi), incontri più di 5 checkpoint… i militari insultano la gente, e gli uomini, e ci trattano molto male… mia sorella è stata qui per le vacanze ed è tornata al college ieri: ha passato più di 5 ore andando da un checkpoint all’altro!
Tu, Itai, inviti a comprendere… Cosa sto facendo qui? Non sto cercando di umiliare o discutere con alcuni di voi, sono venuta in Italia con alcuni di voi e siamo diventati amici… ma le parole che a volte ascolto da parte vostra accendono un fuoco. Voglio cercare di comprendere ciò che avete da dire, ma sono ancora ferma nelle mie opinioni.

 

E ancora Manal, all’osservazione sulla difficoltà ad esprimere i propri sentimenti personali di fronte alla tragedia, osserva come “tutta questa conversazione sta sgorgando dalla rabbia!  Siamo umani, e quelle persone a Gaza, Hebron, Gerusalemme sono i nostri fratelli e il loro dolore e’ anche il nostro. Ma non dimentico nulla di quanto ho imparato attraverso le esperienze di incontro e dialogo realizzate in Italia.”

Credo che in questo si possa leggere la grandezza del percorso che stanno seguendo questi ragazzi: anche in una situazione di conflitto acceso e drammatico, che porta a serrare le file per respingere l’idea stessa che il nemico possa avere delle ragioni, ostinarsi a voler mantenere aperto un canale di comprensione ascoltando le opinioni dell’altro, perfino quando accendono un fuoco, nella convinzione che comunque l’altro è una persona, con i suoi sogni, desideri, passioni, errori.

 

Da qui si deve poter ripartire per costruire un percorso che possa portare ad una vera pace, non ad una tregua fra un conflitto e l’altro. Pur nella consapevolezza che le vicende di questi giorni stanno scavando un solco profondo fra gli stessi giovani che ostinatamente hanno finora lottato per il dialogo ed una pace nella giustizia e nella riconciliazione. In questo senso le parole di Samer, ospite a Verona per l’ONU dei giovani nel 2007, non possono non darci una profonda angoscia: “oggi sono stato fortemente turbato: mentre guardavo la televisione, ho visto uno dei miei amici israeliani che aveva partecipato con me al campo per la pace organizzato in Austria nel 2006 fra ragazzi israeliani e palestinesi… il mio amico è ora un soldato nell’esercito israeliano, e mi ha scioccato quando l’ho visto con altri 2 soldati sulla cima di un carro armato mentre lanciava razzi verso Gaza. Non posso credere che uno dei miei amici sia diventato un criminale ... Egli non era così ... Mi sento come se qualcuno mi avesse pugnalato con un coltello ... Come può un amico che ha creduto nella pace diventare oggi un criminale ed essere coinvolto in un massacro, un crimine in cui centinaia di bambini e civili sono stati uccisi? Come, non riesco a capire ... al vedere il mio vecchio amico uccidere il mio popolo mi si spezza il cuore ...”.

 

Ultimo aggiornamento Sabato 10 Gennaio 2009 13:23  

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